Greenwashing finanziario
Pratica di promuovere prodotti finanziari come sostenibili o ESG senza che le caratteristiche reali giustifichino tali affermazioni.
Il greenwashing finanziario è la pratica di vendere prodotti come ETF, fondi, polizze "sostenibili", "green", "ESG" senza che il portafoglio sottostante rispetti realmente criteri ambientali, sociali o di governance significativi. È un fenomeno emerso con l'esplosione della domanda di prodotti ESG: tra il 2018 e il 2023 i fondi etichettati come sostenibili in Europa sono cresciuti a oltre 5.000 miliardi di euro, e la pressione commerciale ha incentivato pratiche di etichettatura aggressiva.
La risposta normativa europea è strutturata su due regolamenti chiave. Il Regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) in vigore dal 2021 classifica i fondi in tre categorie: articolo 6 (nessuna integrazione ESG specifica), articolo 8 (promuove caratteristiche ambientali/sociali, "light green"), articolo 9 (obiettivo di investimento sostenibile, "dark green"). Il Regolamento Tassonomia UE definisce con criteri tecnici precisi quali attività economiche possono essere considerate ambientalmente sostenibili. Dal 2024-2025 ESMA ha introdotto linee guida più stringenti sull'uso di termini come "sustainable", "green", "ESG" nei nomi dei fondi, costringendo molti prodotti a riposizionarsi o cambiare nome.
Per il risparmiatore, alcuni segnali pratici aiutano a distinguere prodotti sostanzialmente sostenibili da operazioni di marketing. Verificare la classificazione SFDR nel KID e nel prospetto: art. 9 è il livello massimo. Leggere le politiche di esclusione: prodotti veramente ESG escludono settori controversi (armi, tabacco, fossili tradizionali, gioco d'azzardo). Controllare i top holdings sul sito del gestore: un fondo "sostenibile" con grandi società petrolifere o estrattive nei primi posti meritava un esame critico già prima delle nuove regole. Confrontare con benchmark ESG riconosciuti (MSCI ESG, Morningstar Sustainability Rating) le metriche di sostenibilità dichiarate. La trasparenza sui criteri usati è oggi obbligatoria; sta al risparmiatore leggerla.