La Banca d'Italia compie nel 2026 più di 130 anni di storia, e la sua nascita è strettamente legata a uno degli scandali finanziari più clamorosi dell'Italia post-unitaria: lo scandalo della Banca Romana del 1892-1893. Da allora è passata attraverso due guerre mondiali, l'introduzione della lira di Mussolini, la ricostruzione post-bellica, gli anni del miracolo economico, le crisi degli anni Settanta, l'ingresso nell'euro e la grande crisi finanziaria del 2008-2012. Capire la storia della Banca d'Italia significa capire come l'Italia ha costruito le proprie istituzioni economiche moderne, e perché oggi il sistema finanziario italiano funziona come funziona.
Il contesto pre-unitario: tante banche, nessuna banca centrale
Quando l'Italia si unifica nel 1861, il sistema bancario è frammentato. Negli stati preunitari operavano sei banche autorizzate a emettere banconote, e nessuna aveva una posizione di vera autorità monetaria. Nel nuovo Regno d'Italia coesistevano quindi sei istituti di emissione: la Banca Nazionale del Regno d'Italia (frutto della fusione tra Banca di Genova e Banca di Torino), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e — dopo l'annessione di Roma del 1870 — la Banca Romana, che era stata fino a quel momento Banca degli Stati pontifici.
La legge Pepoli del 1862 aveva creato la lira italiana come moneta unica, ma la circolazione cartacea restava spezzettata: ogni istituto stampava i propri biglietti, in concorrenza con gli altri. Era un assetto pensato per non scontentare le élite locali, ma instabile dal punto di vista monetario. La prima legge organica del 1874 tentò un riordino, confermando però l'assetto oligopolistico con i sei istituti autorizzati. Una vera banca unica era ancora lontana.
Lo scandalo della Banca Romana: l'evento fondatore
Tra il 1892 e il 1893 si consuma uno scandalo che cambia per sempre il sistema finanziario italiano. La Banca Romana, sfruttando il boom edilizio innescato da Roma capitale, aveva concesso prestiti spregiudicati a imprese e politici e aveva stampato banconote ben oltre i limiti di legge. Una commissione parlamentare scopre nel gennaio 1893 che l'istituto, autorizzato a emettere 60 milioni di lire, ne aveva in realtà stampati 113 — quasi il doppio. La pratica più grave era la duplicazione dei numeri di serie: la Banca Romana stampava una seconda banconota con lo stesso numero di una già emessa regolarmente.
Il 20 dicembre 1892 il deputato Napoleone Colajanni denuncia in parlamento il sistema. Lo scandalo travolge tre presidenti del Consiglio (Crispi, Di Rudinì, Giolitti), molti ministri, parlamentari, giornalisti. Il governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, viene arrestato. Il governo Giolitti cade nel novembre 1893, anche se i protagonisti dello scandalo verranno tutti assolti per insufficienza di prove nel 1894.
L'aspetto durevole della vicenda non è il processo, ma la riforma. La legge n. 449 del 10 agosto 1893, voluta da Giolitti come uscita dalla crisi, autorizza la fusione della Banca Nazionale del Regno d'Italia con la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito per costituire un nuovo istituto: la Banca d'Italia. Il 5 ottobre 1893 l'assemblea costitutiva approva la nascita; il 20 dicembre 1893 viene emanato il primo statuto con regio decreto; il 1° gennaio 1894 la Banca d'Italia inizia ufficialmente la propria attività.
I primi anni: una banca centrale a metà
La Banca d'Italia nasce in un contesto di crisi economica e politica drammatico: la lira è svalutata, la disoccupazione è alta, in Sicilia infuriano i Fasci siciliani. La nuova banca eredita la sede della Banca Nazionale in via Nazionale a Roma, l'edificio progettato da Gaetano Koch che ancora oggi è il quartier generale dell'istituto.
Ma la Banca d'Italia del 1894 non è ancora una vera banca centrale. L'emissione di banconote è condivisa con il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, secondo un sistema "a mezzadria" che la legge mantiene per non ferire gli interessi del Mezzogiorno. Non ha poteri di vigilanza sul credito, non ha ancora la figura del Governatore, e la sua dirigenza è approvata dal governo. Il primo Direttore Generale è Giacomo Grillo, già direttore della Banca Nazionale, che però si dimette dopo poche settimane in disaccordo con le misure imposte.
La riforma del 1926: nasce la moderna banca centrale
Per oltre trent'anni la Banca d'Italia opera in un sistema imperfetto. La svolta arriva con la legge bancaria del 1926 (in particolare la legge 6 maggio 1926 n. 812), voluta dal regime fascista nell'ambito di una riorganizzazione complessiva del sistema creditizio. Tre cambiamenti decisivi.
Primo: la Banca d'Italia diventa l'unico istituto autorizzato a emettere banconote. Banco di Napoli e Banco di Sicilia perdono questa funzione, che concentra l'intera responsabilità dell'emissione monetaria nell'istituto romano. La riserva aurea italiana viene unificata sotto il controllo della Banca d'Italia.
Secondo: nasce la figura del Governatore, con poteri pieni di gestione e rappresentanza. Il primo Governatore della Banca d'Italia in senso moderno è Bonaldo Stringher, che era Direttore Generale dal 1900 e diventa governatore con la riforma. Stringher resterà alla guida della Banca fino al 1930, in una stagione di grande consolidamento istituzionale.
Terzo: la Banca d'Italia ottiene poteri di vigilanza sul sistema bancario, anche se in forma ancora limitata rispetto agli standard moderni. È l'inizio del ruolo di supervisione che diventerà centrale nei decenni successivi.
La legge bancaria del 1936: il pilastro di lungo periodo
La crisi del 1929 e gli anni della grande depressione costringono a un'ulteriore riforma. La legge bancaria del 1936 (Regio Decreto Legge 12 marzo 1936 n. 375) trasforma la Banca d'Italia in istituto di diritto pubblico e definisce il quadro normativo del sistema bancario italiano per i successivi sessant'anni.
I principi cardine sono tre. Il primo è la separazione tra banche di credito ordinario e banche di credito speciale (medio e lungo termine), per limitare i rischi di liquidità. Il secondo è la specializzazione funzionale: ogni banca opera in segmenti precisi del mercato. Il terzo è il rafforzamento dei poteri di vigilanza della Banca d'Italia, che diventa l'autorità di supervisione effettiva del sistema creditizio.
Questa architettura normativa accompagna il sistema bancario italiano attraverso la guerra, la ricostruzione, il miracolo economico e gli anni del boom. Sopravvive, con modifiche minori, fino al Testo Unico Bancario del 1993.
Il dopoguerra e gli anni del boom: stabilità monetaria
Dopo il 1945, l'Italia esce dalla guerra con un'inflazione galoppante, una lira pesantemente svalutata e un debito pubblico fuori controllo. Il Governatore Donato Menichella (1948-1960) è una figura chiave del periodo: con politiche di rigore monetario aggancia la lira ai cambi internazionali, riporta l'inflazione sotto controllo entro la metà degli anni '50, prepara le condizioni per il miracolo economico italiano.
Nel 1947, la Banca d'Italia ottiene formalmente il ruolo di autorità di vigilanza sull'intero sistema bancario, una funzione che fino a quel momento era condivisa con altri organismi e che ora diventa esclusiva. È il completamento del percorso istituzionale iniziato nel 1926.
Negli anni '60 e '70, la Banca d'Italia accompagna l'industrializzazione del Paese e affronta le crisi petrolifere del 1973 e 1979, con l'inflazione italiana che tocca il 21% nel 1980. I Governatori Guido Carli (1960-1975) e Paolo Baffi (1975-1979) sono protagonisti di questa fase.
Il "divorzio" Tesoro-Banca d'Italia del 1981
Una delle date più importanti della storia recente della Banca d'Italia è il 1981, anno del cosiddetto "divorzio" tra il Tesoro e la banca centrale. Fino a quel momento, la Banca d'Italia era obbligata ad acquistare i titoli di Stato che il Tesoro non riusciva a collocare sul mercato — una pratica che di fatto monetizzava il debito pubblico e contribuiva all'inflazione.
Con la lettera del 12 febbraio 1981, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il Governatore Carlo Azeglio Ciampi formalizzano l'autonomia: da quel momento la Banca d'Italia non è più obbligata a comprare BOT e BTP invenduti. È una rivoluzione silenziosa che obbliga lo Stato a finanziarsi sul mercato a tassi reali, e segna l'inizio di una battaglia ventennale per riportare l'inflazione e i conti pubblici sotto controllo.
Ciampi rimane Governatore dal 1979 al 1993, e accompagna l'Italia attraverso la crisi del 1992 (svalutazione della lira, uscita dallo SME), il referendum di Maastricht e la preparazione all'ingresso nell'euro.
L'ingresso nell'Eurosistema: 1998-1999
Il 1° gennaio 1999, con l'avvio della terza fase dell'Unione Economica e Monetaria europea, la Banca d'Italia entra a far parte del Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC). Le decisioni di politica monetaria non sono più nazionali ma europee: il Consiglio Direttivo della BCE, di cui il Governatore della Banca d'Italia è membro, decide tassi di interesse e quantità di moneta per tutta l'area euro.
Il 1° gennaio 2002 la lira viene fisicamente sostituita dall'euro. Per la Banca d'Italia significa un cambio di ruolo profondo: non più decisore di politica monetaria, ma esecutore nazionale di politica monetaria europea, partecipante alle decisioni a Francoforte, gestore del sistema italiano dei pagamenti integrato in TARGET, vigilante sulle banche italiane in coordinamento con la BCE.
I Governatori di questo periodo — Antonio Fazio (1993-2005), Mario Draghi (2006-2011), Ignazio Visco (2011-2023) — accompagnano l'Italia attraverso le crisi più impegnative dell'epoca dell'euro: la grande crisi finanziaria del 2008, la crisi del debito sovrano del 2011-2012, la ristrutturazione del sistema bancario italiano. Draghi, in particolare, lascia la Banca d'Italia nel 2011 per diventare Presidente della BCE e pronunciare il famoso "whatever it takes" che salva l'euro.
Il Meccanismo di Vigilanza Unico: 2014
Il 4 novembre 2014 entra pienamente in funzione il Meccanismo di Vigilanza Unico dell'Unione Bancaria europea. La supervisione delle banche europee più grandi viene trasferita dalla BCE in collaborazione con le autorità nazionali. Per la Banca d'Italia significa lavorare a stretto contatto con Francoforte sulle banche italiane "significative" (Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Mediobanca, BPER, Crédit Agricole Italia, Monte dei Paschi di Siena, Banca Sella) e mantenere la responsabilità diretta sulle banche meno significative.
È un'altra grande trasformazione del ruolo dell'istituto: parte dell'autorità di vigilanza viene condivisa, ma in cambio la Banca d'Italia partecipa direttamente alla supervisione del più grande sistema bancario sovranazionale al mondo.
Dal 2023 a oggi: il governatorato Panetta
Il 1° novembre 2023 Fabio Panetta, già membro del Comitato esecutivo della BCE e direttore generale della Banca d'Italia, assume la carica di Governatore. La nomina è formalizzata con D.P.R. del 10 luglio 2023, e il mandato di sei anni si concluderà nel 2029. Panetta succede a Ignazio Visco, che ha guidato l'istituto per dodici anni.
Il piano strategico 2026-2028 presentato a marzo 2026 individua tre priorità per il prossimo triennio: l'adozione responsabile dell'intelligenza artificiale (con introduzione di agenti digitali per la produzione normativa di vigilanza e per le ispezioni), il rafforzamento del ruolo nei sistemi di pagamento (con il sostegno al progetto di euro digitale), e l'evoluzione delle capacità di analisi e di vigilanza attraverso nuove tecnologie come quantum computing e DLT.
Nel 2026 la Legge di Bilancio ha introdotto inoltre una norma interpretativa di rilievo politico: le riserve auree gestite dalla Banca d'Italia (circa 2.452 tonnellate, quarta riserva al mondo) appartengono al popolo italiano. La disposizione non cambia la gestione operativa ma ribadisce un principio di sovranità nazionale all'interno del quadro europeo.
I Governatori: una galleria di figure chiave
Dal 1894 a oggi, alla guida della Banca d'Italia si sono alternati uomini che hanno spesso rappresentato l'élite tecnica del Paese. Alcuni nomi sintetizzano intere epoche.
Bonaldo Stringher (governatore 1928-1930, dopo essere stato direttore generale dal 1900) è la figura che traghetta l'istituto attraverso la crisi del 1907 e la prima guerra mondiale. Donato Menichella (1948-1960) costruisce le condizioni del miracolo economico. Guido Carli (1960-1975) modernizza l'economia italiana. Carlo Azeglio Ciampi (1979-1993) gestisce il "divorzio" e prepara l'ingresso nell'euro, prima di diventare Presidente della Repubblica. Mario Draghi (2006-2011) è uno degli economisti italiani più influenti del XXI secolo. Ignazio Visco (2011-2023) gestisce la crisi del debito sovrano e la ristrutturazione bancaria. Fabio Panetta, dal 2023 a oggi, accompagna l'istituto nella trasformazione tecnologica e nelle sfide del nuovo ordine monetario internazionale.
Cosa ci dice questa storia
Tre lezioni emergono dai 130 anni di storia della Banca d'Italia. La prima è che le grandi riforme istituzionali nascono spesso dalle crisi: la Banca d'Italia stessa nasce da uno scandalo, la riforma del 1936 dalla grande depressione, l'autonomia dal Tesoro dalla crisi inflazionistica degli anni '70, l'Unione Bancaria dalla crisi del 2008-2012. Le istituzioni si rafforzano quando devono fare i conti con i propri errori.
La seconda è che l'indipendenza della banca centrale è una conquista recente e fragile. Per oltre un secolo la Banca d'Italia ha condiviso poteri con il governo, è stata obbligata a finanziare il debito pubblico, ha avuto figure di vertice approvate dall'esecutivo. L'autonomia piena è una conquista degli ultimi quarant'anni, e proteggerla richiede vigilanza istituzionale continua.
La terza è che la storia delle istituzioni economiche è la storia del Paese. Capire come è nata e si è evoluta la Banca d'Italia significa capire come l'Italia ha gestito (e talvolta non gestito) le proprie crisi finanziarie, come si è inserita nel contesto europeo, come ha costruito strumenti di tutela per i risparmiatori. È un percorso che continua, e che ogni decennio aggiunge un nuovo capitolo alle stanze di Palazzo Koch.